La “badia” oggi cappella di Sant’Antonio di Padova 

10. Giugno 2019 Appuntamenti 1

Dal Libro: S. Rocco il “crucesignatus” nella gloriosa storia di Lioni , pubblicato da p. Antonio Garofano, l’8 maggio 2019 (nel 70imo anniversario di presenza francescana in Lioni), risulta che Sant’Antonio a Lioni sia arrivato con una delle migrazioni del popolo Albanese nella seconda metà del XVI secolo. Ecco una sintesi dell’appendice II del testo citato.

Consultando il Catasto onciario di Lioni del 1753 troviamo censita una zona chiamata “Albanisi” che ospitava all’epoca una buona percentuale degli abitanti del paese (45 famiglie)[1]. “Albanese” è tuttora il quarto cognome più diffuso a Lioni (dopo Perna, Garofalo, Di Paolo, e prima di D’Amelio e Nittoli). Ma quando sono arrivati da noi gli Albanesi, e perché proprio a Lioni?

Il casale di Lioni era stato saccheggiato e distrutto, e la popolazione decimata, nel 1496. Siamo nel periodo della congiura dei baroni, seguita dall’arrivo delle milizie delle due potenze europee scese a contendersi il nostro suolo, dell’assedio di Atella e Ripacandida, dell’incontro a Rionero (1502), la resa di Venosa (1504) e il sacco di Melfi (1528). Siamo, cioè in quel periodo storico in cui a causa di guerre, scontri anarchia, succedeva spesso che terre, casali e a volte interi feudi rimanessero del tutto deserti. Era quindi interesse dei baroni e degli amministratori dei feudi e degli ecclesiastici favorire l’insediamento dei profughi nei loro territori al fine di ripopolarli e renderli nuovamente produttivi grazie a questa nuova forza-lavoro. Ma, prima di analizzare quali siano state le ricadute positive sui nostri paesi, non bisogna dimenticare che i nuovi arrivati facevano parte di minoranze etniche linguistiche e religiose spinte sulle coste italiane, che avevano vissuto le loro lotte di contadini e le loro rivolte interne alla penisola balcanica, in seguito all’avanzata ottomana in Europa orientale. Quel diaframma terrestre sino allora interpostosi tra l’Italia e la terra dell’Islam era caduto in mano ottomana con la conquista della Grecia e dell’Albania. I nuovi arrivati hanno varcato l’Adriatico o il mare Ionio trasferendosi da una zona minacciata della cristianità ad un’altra più sicura, all’interno di un sistema di convivenza civile omogeneo, anche se non identico per lingua, istituzioni ed abitudini sociali e forse anche per rito religioso (molti utilizzavano il rito greco). Le successive ondate portano a stabilirsi in Italia nutriti drappelli di soldati albanesi, accompagnati dai loro familiari e dai loro preti, ed inevitabili sorgeranno numerose difficoltà ed attriti di varia natura con le popolazioni italiane presso le quali sono venuti a collocarsi. Bisogna tenere nella dovuta considerazione  un fatto nuovo, e cioè che non hanno attraversato il mare su scialuppe a rischio della vita, come è successo nei decenni scorsi sulle coste dell’Adriatico, e negli ultimi tempi con i fatiscenti barconi che hanno sbarcato, e continuano ancora oggi, profughi dall’Africa sull’isola di Lampedusa, e in tutti i paesi dell’Europa.

La loro dislocazione è avvenuta con il consenso o perfino per l’interessamento delle massime autorità politiche della nuova terra di residenza, in forza dei privilegi accordati da re Alfonso I di Napoli, Ferdinando II d’Aragona, dagli imperatori Carlo V e Filippo II, da Carlo III di Borbone nonché dalla stessa Repubblica di Venezia. E pertanto il loro inserimento nella società di adozione si è svolto in forma legittima e giuridicamente protetta, con la stipula e la sottoscrizione di convenzioni e patti tra governanti locali e comunità amministrative locali ed una controparte collettiva e libera[2].

Nella regione del Vulture, nelle località più profondamente segnate dal terremoto del 1456, sagaci e intelligenti feudatari, come il duca di Melfi Giovanni Caracciolo, in presenza di un diffuso degrado di alcuni casali loro soggetti, hanno avuto l’accortezza, con il consenso di Alfonso I d’Aragona, di garantire una dignitosa ospitalità ai “cristiani d’Albania” che erano in fuga dalla loro terra per “sfuggire ai Turchi”. L’esodo albanese, o meglio adriatico – egeico, che maggiormente ci interessa, avvenuto non in un determinato periodo, rimane diverso perché sono albanesi costretti a varcare l’Adriatico o il Mar Jonio per fuggire da una zona minacciata della cristianità verso una che offriva maggiori garanzie di sicurezza[3]. A metà secolo XV, quando Alfonso d’Aragona (1442-1458) prevale nella lotta per la successione al trono fra le fazioni angioine e aragonesi, l’Albania viene ancora ritenuta “Regnum utriusque Siciliae”. Due sono le principali e successive ondate di migrazioni, quando nutriti gruppi di albanesi raggiungono, tra il XV e il XVI secolo, in particolar modo la Basilicata, e precisamente dopo la caduta di Scutari nel 1447, e dopo la resa di Corone nel 1532.

Dai Coronei furono ripopolati (o fondati ex novo) Barile, Maschito, Ginestra, Brindisi di Montagna, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese, in Basilicata. In provincia di Avellino nacque Greci. Un certo numero di profughi furono inviati ad Ariano: anche nella città del Tricolle il cognome “Albanese” è assai frequente.

A Lioni gli Albanesi si sistemarono lungo “lo Lavenaro”. Con questo nome veniva indicato ancora nel secolo scorso un canale naturale che iniziava nell’avvallamento dell’attuale via Cesare Battisti, passava dietro la chiesa dell’Annunziata e scendeva verso la stazione. Naturalmente hanno dato un grande contributo alla nostra comunità; non possiamo definire quanto abbiano fatto ma certamente

sappiamo che erano abili artigiani e che lavoravano bene il legno. Possiamo pensare che subito fu data loro la possibilità di esprimere la fede attraverso il culto però avevano bisogno di una chiesa, e così gli fu concesso un appezzamento di terra nella zona dell’attuale cappella di Sant’Antonio (chiamata tuturutù o tituritù, in Atti Notarili del 1700 è chiamata contrada Lenza). Quivi costruirono un luogo di culto che divenne il loro punto di riferimento sia per lingua, sia anche per culto (forse inizialmente usavano  il rito greco)[4]. Il santo maggiormente venerato dagli Albanesi era Sant’Antonio di Padova, il cui culto fu portato in Albania dai frati minori fin dal 1240 ed ancora oggi è un Santo tenuto in grande considerazione nel paese illirico.

Il fenomeno migratorio si intensificò a partire 1453, l’anno in cui i Turchi, conquistata Costantinopoli, cominciarono ad espandersi nella regione balcanica. I Turchi erano musulmani, i Balcani cristiani ortodossi. Gli invasori erano odiati, oltre che per le tasse, per la pretesa di imporre agli occupati la loro religione e per l’arruolamento coatto dei giovani nell’esercito della “Sublime Porta” (così si chiamava il loro governo). Alcune popolazioni si sottomisero più o meno spontaneamente, altre organizzarono la resistenza. Centinaia di famiglie greche, macedoni, albanesi lasciarono i loro paesi e cercarono asilo politico nell’Occidente cristiano. Nel Regno di Napoli, dove c’era più terra di quanta si riuscisse a lavorarne, i profughi venivano accolti volentieri e venivano mandati a ripopolare i casali in crisi demografica, o a fondarne di nuovi.

Dunque il culto che gli Albanesi portavano ovunque andassero, era quello del loro Santo francescano: Sant’Antonio. Ne è prova il fatto che, per esempio, ancora oggi ad Ariano I. si onora il Santo con una grande festa; così anche a Barile (Pz), ed in molti paesi della Basilicata: Brindisi di Montagna, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese, …, in molti non è il patrono a testimonianza che è una devozione importata. Un’altra dimostrazione che questo culto a Lioni sia stato portato da loro è che la primitiva statua del Santo (quella del seicento, oggi conservata nella sacrestia della cappella) è raffigurata con l’abito tipico del frate minore e non con quello di un frate minore conventuale[5]. Cosa significa ciò? Bisogna sapere che i primi frati francescani giunti in Albania furono i frati minori ed era quindi il loro abito quello che gli Albanesi conoscevano e con il quale erano abituati a rappresentare Sant’Antonio. Se invece fosse stata opera di un artista italiano locale più facilmente Sant’Antonio sarebbe stato rappresentato con l’abito da frate conventuale. Infatti nel 1600 erano presenti a Montella e a Sant’Angelo dei Lombardi i frati minori conventuali ed a Gesualdo i frati minori cappuccini. Ne è prova ulteriore il fatto che, quando nel 1830 circa, la statua seicentesca (quella con l’abito da minore) fu sostituita da quella che attuale, quest’ultima rappresentò il Santo con abito da conventuale. A quell’epoca inoltre, è probabile che stesse per terminare il diritto di patronato riservato alla famiglia Albanese come vedremo dopo.               

 

 

Tornando alla Cappella di Lioni abbiamo una notizia che dal 1830 è stata riposta in sacrestia la statua del 1600 (mai più utilizzata per il culto pubblico), ed è stata comprata una nuova statua questa volta con abito conventuale e credo che la motivazione sia dovuta al passaggio di proprietà dell’Abbazia ad altre famiglie. Sin dall’inizio il luogo di culto degli Albanesi fu definito Abbazia (o Badia) ed era di loro patronato. Un sacerdote della famiglia Albanese veniva nominato Abate[6]. Poi con il terremoto del 1694 la cappella fu danneggiata e crollò completamente con il terremoto del 1732[7]. Da questo momento in poi entra nel patronato della cappella anche la famiglia Iuliano e insieme alla famiglia Albanese ricostruiscono l’ Abbazia.

 

L’ISCRIZIONE SUL CARTIGLIO:

 

  1. HANC JANUAM LAPIDEM IUSTINIANA IULIANO UNA EX COMPATRONIBUS PIE DEVOTIONIS ERGO PROPRIIS SUMPTIBUS FIERI ET ERIGI

CURAVIT A. D. 1749

  1. DIVO ANTONIO PATAVINO SACRAM HANC AEDEM OLIM VET. FATISCENTEM, AEDEM TERREMOTU COLLASSAM, R. D. FELIX CARUSO. ABAS BENEFICIANTIBUS BENEF. AUSPICATO FIERI.

CURAVIT  D. D. D.             A. D. 1748

  1. Giustiniana Iuliano una dei compatroni a causa di un voto curò doverosamente che venisse costruita ed eretta questa porta di pietra nell’anno del Signore 1749.
  2. Il reverendo abate D. Felice Caruso curò che venisse innalzata a sant’Antonio di Padova dai compatroni con solenne inaugurazione questa cappella, un tempo lesionata per l’azione del tempo, cappella crollata a causa del terremoto – nell’anno del Signore 1748.

 

Fino al 1785 la nomina degli abati spettava ancora soltanto alla famiglia Albanese[8]. Un Atto notarile, del 1790[9] sembra contraddire il R. Colantuono perché riporta che il patronato sulla Badia di Sant’Antonio appartiene sia alla famiglia Albanese che alla famiglia Iuliano[10].

 

Nel 1829 abbiamo alcuni Atti[11] che riportano la nomina fatta da entrambe le famiglie per un certo

  1. Carlo Rizzi.
  2. La traduzione dei documenti: il 15 dicembre 1829. Rilasciata a petizione delli Signori Don Carlo arciprete Rizzi fu Girolamo di Lioni. Contiene la nomina fatta da Grandiana Iuliano e AnnaMaria Iuliano e Camillo Iuliano dell’Abbate di Santo Antonio di Badia eretta fuori l’abitato di detta Terra.
  3. Il 15 dicembre 1829. Rilasciata a petizione delli Signori Don Carlo arciprete Rizzi fu Girolamo di Lioni. Contiene la nomina fatta da Don Pierangiolo Albanese, Giacinto Albanese, Vincenzo Albanese e Nicola Albanese dell’Abbate di Santo Antonio di Badia eretta fuori l’abitato di detta Terra.

 

Da questo periodo in poi sembra che non compaiono più le famiglie Albanese e Iuliano ma solamente la famiglia Rizzi. Certamente non abbiamo atti per dire perché succede questo ma possiamo arguirlo, tanto che da questo periodo in poi compare anche un’altra statua che è quella che attualmente esce in processione. Quindi abbiamo la statua di Sant’Antonio (del 1600) della famiglia Albanese che resta in sacrestia, e la statua che dal 1830 (circa) viene utilizzata perché da questo periodo in poi il patronato è passato (vi ripeto non sappiamo come) alla famiglia Rizzi[12].

Sin dall’inizio l’attuale cappella di Sant’Antonio è chiamata “badia” e il cappellano “abate” molto probabilmente perché esente da tassazione per il privilegio chiamato: nullius diocesis, concesso per motivi particolari che in questo caso potevano essere ricondotti alla povertà e ai bisogni e alle difficoltà che comportava l’insediamento di queste minoranze nelle nuove terra.

 

[1] Il numero dei fuochi è molto approssimativo e con gran facilità prima del Catasto Onciario (ma anche fino al 1800) poteva avere una variazione di rilievo. Angelo Colantuono in un articolo su Alt’Irpinia riporta 500 fuochi.

[2] Cfr. Minoranze etniche in Calabria e in Basilicata, a cura di PIETRO DE LEO, Cava dei Tirreni 1988; T. PEDIO, Contributo alla storia delle immigrazioni albanesi nel Mezzogiorno d’Italia, Roma 1943. Facciamo particolare riferimento allo studio del nostro valido collaboratore del Centro Studi “Conoscere il Vulture”: F.L. PIETRAFESA, Le immigrazioni albanesi nella Regione del Vulture, Note storiche, Radici 7, 1991, pp. 7-28.

[3] Le distanze dall’Albania nel canale d’Otranto, dai 70 agli 80 km al massimo, come si è ripetuto negli ultimi decenni, permettevano anche a quei tempi con i venti e i legni favorevoli di compiere il tragitto in meno di un giorno solare.

[4]  Cfr. MARIA PINA CANCELLIERE, Lo stato feudale dei Caracciolo di Torella, Terebindo ed., Avellino 2012, riporto la nota 207 a p. 114: Gli albanesi migrati in Italia erano di fede ortodossa, posti sotto la giurisdizione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, mentre le loro comunità contavano un significativo numero di diocesi, parrocchie e monasteri uniti nell’obbedienza al pontefice. Grandi speranze sulle possibilità di concordia fra rito greco e latino avevano acceso il Concilio di Firenze (1439) dopo le parole di papa Eugenio IV.

[5] L’Ordine francescano istituito da S. Francesco d’Assisi nel XIII sec. vede presto nascere all’interno di esso diverse riforme che portano al distacco del ramo originale: i frati minori, i frati minori conventuali e nel 1525 i frati minori cappuccini e ad assumere lievi differenze anche con l’abito.

[6] Poteva anche nominare un sacerdote che non fosse della famiglia Albanese, ma doveva essere comunque scelto da loro.

[7] ROCCOPIETRO COLANTUONO, Storia di Lioni, Tipografia Irpinia – Lioni (Av) 1972, p. 112.

[8] Ivi, p. 112.

[9] ASAv, Atti Notarili, Sant’Angelo dei Lombardi (1790) b. 38, at. 33, f. 64.

[10] Un particolare che emerge dalla lettura di questi Atti è che non sono gli uomini, ma sembrano essere le donne a gestire la Badia e scegliere l’abate di turno.

[11] ASAv, nel repertorio dei Notai di Sant’Angelo dei Lombardi del 1830-’38, b. 1371 nn. 76-77. Vidimata dal Presidente della Camera Notaio D. Rocco di Paola.

[12] Per ulteriori notizie sull’Abbazia cfr. ROCCOPIETRO COLANTUONO, Storia di Lioni, Tipografia Irpinia – Lioni (Av) 1972, pp. 112-114.


1 commento su “La “badia” oggi cappella di Sant’Antonio di Padova ”

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    Rocco Albanese il s! Rispondi

    Esimio padre Antonio , ci tengo a dirti, come membro di questa comunità, come lionese che hai fatto un grande lavoro di ricerca e con questo tuo scritto hai dato la possibilità a tanti di noi di conoscere , con le tue meticolose ricerche, le nostre origini. Io e tanti di noi ti siamo grati per quanto fate, insieme a don Tarcisio, per la nostra gente. Con affetto Rocco Albanese

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